CIVITA CASTELLANA

Ci sono tantissimi anni di storia ceramica a Civita Castellana, prima di diventare il polo industriale che è oggi.

Comune italiano che supera i 15000 abitanti, nella provincia laziale di Viterbo, sorge sulle rovine di Falerii Veteres, città dei falisci di epoca arcaica, dove le prime tracce di arte legata alla ceramica si riscontrano nel X secolo a.C.

Si trova in un grande blocco di tufo alle pendici del Monte Soratte, e come sempre succede, è proprio la conformazione del terreno, che stabilisce il destino ceramico di una città. L’argilla, caratterizzata da una forte presenza di calce, ferro e silicati di alluminio, ha permesso l’affermazione di questa attività dal secolo X a.C., come testimoniano gli scavi archeologici nelle necropoli di Faleri, Celle, Monterone, Scasato, Penna, Valsiarosa, Colonnette, Cappuccini. La produzione parte dai cosiddetti vasi “ad impasto” caratterizzati da una manipolazione molto grezza, fino ad arrivare a tecniche che permettevano di imitare i manufatti orientali.

I vasi italo – geometrici del VII secolo, si evolvono nei protocorinzi, fino ad arrivare al un nuovo filone commerciale della ceramica attica, dal VI secolo a., commercio che durò due secoli, circa, fino alla caduta dell’Impero romano, che segna l’abbandono dell’attività ceramica, fino al X secolo.
Ma è solo verso il XII secolo che riparte con slancio la produzione, con un forte aumento nel XV e XVI secolo, seguendo i modelli di maggiore ispirazione del momento: Faenza e Deruta.
Fra le varie manifatture nate nell’Ottocento, quella del ceramista ed incisore Giovanni Trevisan detto “Volpato” si afferma in modo particolare, con lavori ora esposti a Roma e nel Museo di Capodimonte.

Ma è nel secolo XX che si sviluppa l’industria del sanitario che diventerà il propulsore economico per decenni di Civita Castellana, insieme a fabbriche di stoviglie, creando un polo industriale esteso anche ai comuni limitrofi.

Siamo nella valle del Treja, un’area verdeggiante e agricola dove c’è spazio per pascoli e allevamenti (e quindi per la produzione di deliziosi formaggi di latte di mucca o capra) e per la coltivazione di vari tipi di ortaggi.

La cucina, di conseguenza, è di ispirazione agricola e contadina. I piatti iconici sono principalmente due: il pane mollo e il frittellone. Entrambi, caratterizzati da una eccezionale semplicità che li rende amati da tutti.

Il pane mollo è una versione locale della panzanella toscana. Il termine deriva da “pane in zanella”, dove “zanella” (piccola zana) sta a significare un recipiente concavo a forma di una piccola culla, che ospitava il pane ammollato senza che l’acqua fuoriuscisse.

In pratica la sua preparazione consiste nel tenere a bagno una fetta di pane spessa e poi condirla con pomodoro spremuto, qualche fetta di cipolla e abbondante olio di oliva, e rifinita con menta fresca o basilico, a seconda dei gusti.

Dalla frugalità del pane motto alla regalità del frittellone, piatto preparato invece nelle occasioni speciali. Le frittellone sono delle crepes sottilissime e leggere, arrotolate su se stesse a formare un cannellone ripieno di formaggio pecorino.

Si servono una accanto all’altra su un piatto spazioso e si accompagnano con un bicchiere di vino rosso.





 

Alzatina con 3 piedi,
raffaellesche e veduta della città di Castelli
Ø cm 32
Foto Gruppo Fotografia Aula 21